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"Piazza
Gourmand" di Robera Schira. Il romanzo culinario
"Piazza Gourmand" è il primo romanzo di Roberta Schira,
che vanta un percorso interessante nell’editoria e nei media dedicati
al cibo. Il suo è un romanzo culinario con cucina, proprio nel
senso che le ricette che s’incontrano lungo la narrazione sono autentiche
e curate in ciascun dettaglio.
In quanto romanzo culinario il libro di Roberta Schira è novità
in Italia, dove il cibo, seppur non trascurato, dall’ossobuco di
Carlo Emilio Gabba ai banchetti del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa,
non diviene mai l’oggetto provocatore del libro. Anche nel senso
che non basta parlare di cucina e di cibo per scrivere un romanzo gastronomico.
Nella letteratura angloamericana e in quella francese i romanzi culinari
esistono, senza per altro andare oltre il sens of humur anglicano e la
finesse d’esprit gallicana. Non parliamo di altri tempi, ovvero
di Rabelais. Oppure ne parliamo, ma per indicare che nella tradizione
sulla cui scia scrive Roberta Schira c’è più il Satyricon
di Petronio, con la forza, per esempio, di un personaggio come Trimalcione,
che le prove di scrittura tese per lo più a nobilitare la cucina,
ovvero a confermarla non nobile nelle sue origini. Le etimologie fantastiche
di “culinaria” sono note.
Il cibo è materia di vita per Roberta Schira. “Cucina”
non è un significante istituzionale, appannaggio di alcuni ruoli
sociali piuttosto che di altri : è una questione di vita radicale.
Il cibo è in posizione di oggetto della pulsione. Oggetto causa
du desiderio, scrive Jacques Lacan. E anche oggetto causa di godimento
e causa di verità, aggiunge Armando Verdiglione. Senza più
la presunzione nobilitante di Anthelme Brillat-Savarin, non priva di “errori
tecnici” da leggere, tra i quali la credenza di poter dire la verità.
“Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei”. Questo è
uno dei suoi celebri aforismi. Ma non seguiamo il deragliamento dell’ontologia
del cibo che diviene antropologia con Feuerbach, che giunge a scrivere
: “L’uomo è ciò che mangia”. Il gesto
dell’artista, in questo caso della scrittrice della cosa culinaria,
è : “Dico che cosa mangiamo”, nell’infinito della
vita. Non “dico che cosa mangiate voi” per far passare quanto
“noi” siamo differenti. Il narcisismo delle piccole differenze,
a tirare la sua corda pazza, arriva sino al razzismo.
Dicendo che cosa mangiamo, Roberta Schira parla dell’umanità
com’è e non come dovrebbe essere. L’autrice diffida
di chi parla di cibo e non sa cucinare, proprio perché non c’è
nessuna idealità della cucina e del cibo, mentre questa idealità
mostra la sua altra faccia mortifera nella mentalità di Trimalcione
sino al banchetto funebre di Grimod de la Reynière (il Paolo della
“gastronomia”, termine coniato da un magistrato, ovviamente),
e al suo aggiornamento nella eat-art, come nel caso del banchetto funebre
organizzato da Daniel Spœrri nei primi anni Settanta.
Non il cibo come denominatore comune, che riduce ogni umano a bipede tubo
gastrico munito di foro d’entrata e foro d’uscita, prossimo
alla comicità (l’altra faccia è il tragico) della
“livella” di Totò, ma come assoluto di ciascuna vita.
Piazza Gourmand è l’apertura, non il mondo chiuso visto dal
buco della serratura (della cucina). C’è il grande chef che
è passato dal cielo stellato (di conio micheliniano) alla terra
nuda dei barboni, la cui partita di vita non è chiusa proprio per
il suo interesse per la cucina. C’è la madre che copre così
tanto d’amore e di cibo il figlio celibe a vita da offrirgli la
tentazione di trasformare il cibo da rimedio in veleno. C’è
una coppia transitoria di perversi sociali che stanno al gioco di una
serie di appuntamenti erotico-culinari, che se esistessero in quanto tali,
dovrebbero confermarli per quello che sono, nel senso di quale casella
occupano nell’alveare umano. La scala sociale, che Leopardi chiama
la “social catena”.
Lo statuto del cuoco non è solo quello del combinatore e trasformatore
artistico d’ingredienti, ma anche regista, capitano, scrittore,
architetto Sav. E in tal senso Piazza Gourmand è una ricetta, un
rebus, un dispositivo che mira all’approdo, al piacere della vita
: Roberta Schira è regista del romanzo, che convoca i personaggi
attorno alla tavola imbandita, come talvolta accade, vivendo.
È la pax culinaria ! L’auspicio di Tallyerand, d’avere
per la sua tavola diplomatica un buon cuoco per concludere un armistizio,
diviene l’opportunità che la vita offre a ciascuno.
Il romanzo di Roberta Schira è una millefoglie, ovvero un palinsesto
che si può leggere nei suoi infiniti mille strati. Per il modo
letterario del romanzo culinario, per la storia dei personaggi, per le
vicende di uno in particolare, per le ricette, per le annotazioni sul
cibo, per come ciascun caso risalta per l’intervento del cibo, per
le implicazioni di sociologia del cibo, psicologia del cibo, antropologia
del cibo... per accennare solo alle cose più interessanti e evidenti.
Ma anche per dettagli infinitesimali eppure ricchissimi, come la conclusiva
lingua ironica, che nota come a tavola “tutti” siano : “così
diversi e così uguali”.
La precisione delle ricette, della ricerca culinaria, dei “segreti”
dei cuochi, che gentilmente Roberta Schira mette a disposizione dei suoi
lettori è un motivo di lettura decisivo per i gourmet e i gourmand.
Affiggendo nel titolo la parola francese “gourmand”, come
qualcosa di acquisito nella lingua italiana (per anni c’è
stato un eccellente ristorante palermitano “Gourmand’s”),
Roberta Schira contribuisce a dissipare il fraintendimento a cui si è
prestato “gourmand” (1354) che proviene dal termine “gola”
di gourmander (1330), mangiare avidamente, che dà il peccato di
gola, gourmandise (1400), e significava ingordo, mentre il gourmet era
valletto incaricato di portar su i vini, e li distingueva con la gola,
gorge, dalla radice gourm.
Già per Colette il gourmet, al quale viene associato per estensione,
gourmand, vuole le meilleur que meilleur. Per Roberta Schira gourmand
prende per intensione gourmet, così il grande mangiatore (significazione
presa solo nel XVIII secolo) non è più riconducibile all’avido,
all’ingordo, al ghiottone, e neanche alla sua traduzione più
corrente di “buona forchetta” e si integra con il gourmet,
il buongustaio, che è diventato anche troppo fine come fin gourmet,
così che gourmand non è più un oggetto di discussione
etimologica dal XVI secolo : è l’approdo al piacere della
tavola. E dirla buona è un pleonasmo.
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